top of page
  • Alessandra De Toffoli

I FALSI MITI SULLA PSICOLOGIA

Esistono molti #FalsiMiti che riguardano la #Psicologia e la professione dello #Psicologo. Spesso, purtroppo, queste false credenze impediscono alle persone di comprendere quanto sia importante, costruttivo e salutare intraprendere un lavoro personale.

Ne ho davvero bisogno? Posso farcela da solo! Penseranno che sono pazzo Chissà quanto mi costa...


Capita frequentemente che, nelle diverse fasi della vita, le persone provino #ansia, #insicurezza, cattivo umore, difficoltà con familiari, colleghi o amici. Tutte queste situazioni vengono spesso percepite come facilmente superabili senza l’intervento né tanto meno l’aiuto di nessuno.


Richiedere un colloquio ad uno psicologo può essere, infatti, vissuto come frustrante e fallimentare, in quanto la persona sente di non essere riuscita a risolvere i problemi da sola.


Arriviamo così ai principali #FalsiMiti che aleggiano intorno a questa disciplina:

 
1. PER FARE UN LAVORO PSICOLOGICO BISOGNA AVERE UN DISTURBO

Lo psicologo non lavora solo nel campo del #malessere e del #disturbo ma anche nella promozione del #benessere e nel favorire una più completa conoscenza di sé stessi. Conoscere meglio sé stessi implica rispondere a domande del tipo “Come mai mi comporto così? Perché non riesco a raggiungere ciò che desidero e a soddisfare i miei bisogni? Come posso fare per reagire in maniera più costruttiva al lavoro?”. L’unica necessità imprescindibile per intraprendere un lavoro personale è essere motivati e desiderare di vivere in maniera più serena.


2. LO PSICOLOGO CURA I MATTI

Da vicino nessuno è normale” sosteneva Basaglia. Le nostre emozioni, i nostri pensieri, le nostre azioni sono valutate come giuste o sbagliate in base al nostro sistema di valori e il contesto sociale e culturale di appartenenza.

Provare ansia, non riuscire a prendere delle decisioni, vivere esperienze stressanti, come un lutto, la fine di una relazione, la perdita del lavoro, connessi a dei vissuti emotivi intensi e prolungati tanto da generare sofferenza psicologica è molto comune.

Avere un disturbo psicologico quindi non significa essere matti, ma avere una sofferenza che interessa l’area di funzionamento della nostra mente, così come accade alle altre parti del nostro organismo.

Lo psicologo non fa magie, non legge nei pensieri e non fornisce risposte miracolose; offre un ascolto non giudicante, accoglie le problematiche della persona che si trova di fronte e prova a fornire delle chiavi di lettura per alleviare la sofferenza.


3. CE LA POSSO FARE DA SOLO (ALTRIMENTI VUOL DIRE CHE SONO DEBOLE)

Culturalmente, c’è l’idea che lasciarsi andare ad emozioni intense o valutate come negative, quali la tristezza, sia segno di #fragilità. Di conseguenza, gli sforzi per evitare di sentire o, ancor meglio, per evitare che gli altri possano vederci tristi o addolorati, si concretizzano con un giudizio su noi stessi. La debolezza diventa quell’aggettivo che pensiamo ci possa essere attribuito dagli altri e le nostre energie sono rivolte nel mantenere un’immagine di noi quanto più “forte” possibile.

Il disagio e la sofferenza non sono visibili e per questo le persone spesso tendono a sottovalutare ciò che stanno attraversando, tendendo a sminuirlo o a ridicolizzarlo. Se il problema non fosse psicologico ma fisico, come un braccio rotto, avresti dei dubbi sul rivolgerti o meno ad un professionista?


4. LO PSICOLOGO LEGGE LA MENTE

Credere che lo psicologo possa fare delle interpretazioni dopo aver appena conosciuto una persona significa credere che lo psicologo possa leggere la mente e, di conseguenza, avere un potere su di essa. Lo psicologo non ha poteri magici.

Lo strumento principale utilizzato dallo psicologo è il colloquio, collocato all’interno di riferimenti metodologici che ne guidano l’articolazione e gli scopi. E’ uno strumento di conoscenza che utilizza la #parola per facilitare e sostenere il benessere e lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale delle persone. Il colloquio tra uno psicologo e colui che lo consulta può avvenire se c’è una motivazione e un interesse autentico da parte di entrambi: è un dialogo. Non può esistere senza la presenza consapevole del paziente.


5. SIAMO TUTTI UN PO' PSICOLOGI

È vero che le persone possono avere livelli differenti di empatia e di capacità di ascolto ma, di certo, non tutti hanno una formazione in Psicologia. Stiamo parlando di 5 anni di studi universitari, un anno di tirocinio per accedere all’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione più eventuali altri 4 anni di specializzazione in Psicoterapia. In tutto sono 10 anni di studi, esami ed esperienze pratiche che permettono di acquisire le competenze necessarie a fornire l’aiuto adeguato in base ai diversi tipi di problematiche che le persone portano in studio.

Parlare è terapeutico solo se l’ascolto è qualificato.

206 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Comments


bottom of page